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INTERVENTO DEL 27 febbraio 2007

Intervento di Salvatore Bonadonna.
Senatore eletto di Rifondazione Comunista, Vice Presidente della Commissione Finanze e Tesoro del senato PRC-SE e responsabile del Dipartimento Mezzogiorno di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

SENATO DELLA REPUBBLICA 115a SEDUTA PUBBLICA
Discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, la fiducia a un Governo non è un atto di fede, ma un atto politico. Del resto, il Governo non è il fine nelle forze politiche, ma uno strumento con cui le forze politiche si rapportano con la società e pensano e partecipano al governo di essa, al raggiungimento degli obiettivi che questa si pone. Ed è in questo quadro, con questo spirito, che mi sento e ci sentiamo sereni e convinti nell'apprezzare il discorso che lei, presidente Prodi, ha fatto; quello che ci ha proposto come occasione di verifica della fiducia del Governo e della coalizione.
Mi pare che sia stato un atto di grande responsabilità e sensibilità politica quello da lei compiuto e un atto di saggezza quello del presidente Napolitano, che ha risposto positivamente alla dichiarata riconferma dell'impegno di tutte le forze dell'Unione. Voglio dire che questo impegno non riguarda soltanto le fasi ultime della gestione del Governo, ma un sedimentato politico che parte dalle primarie, dalla costruzione del programma dell'Unione e dalla vittoria elettorale di stretta misura, ma comunque vittoria.
Capisco che tutto questo possa determinare irritazione nell'opposizione, ma è meno comprensibile una serie di commenti e di comportamenti di alcuni vestali e sacerdoti del bipolarismo che in questi giorni si sono esercitati alla ricerca di intese trasversali di grosse coalizioni, di assemblaggi di volenterosi e radicali centristi. Vorrei capire non soltanto in termini concreti, ma anche in termini di politicismo, quale alternativa si cercava.
In questi giorni, vedete, Vicenza e l'Afghanistan, che sembravano essere gli elementi su cui si era determinato il confronto e lo scontro, sono spariti sostanzialmente. I giornali hanno parlato d'altro, i temi venuti all'emergenza sono altri; i senatori Turigliatto e Rossi, che con la loro - mi permetto di dire - improvvida arroganza di presentarsi come gli unici pacifisti rimasti nella sinistra, in qualche modo hanno tolto la scena agli altri pacifisti (che, per fortuna, in questa sinistra e in questo Paese ci sono e sono in tanti), hanno finito per essere sostanzialmente soggetti dei talk show .
Ma c'è un punto su cui dobbiamo riflettere, che è stato determinato dalla distorsione politicista del dibattito di questi giorni, che ha fatto emergere una sorta di autonomizzazione della politica, che si è esercitata fuori e a prescindere dalla società, dalle sue contraddizioni, dai suoi bisogni.
Il rapporto tra politica e società, che lei ha richiamato opportunamente e in più occasioni, e il rapporto tra società e istituzioni mi pare che siano il terreno su cui c'è lavoro per tutte le forze dell'Unione, per tutte quelle forze che costituiscono la ricchezza dell'Unione. E bene ha fatto non soltanto lei, ma anche il Presidente della Camera a riproporre questo tema in una recente intervista, perché in questa autonomizzazione della politica c'è il cinismo del potere, ma c'è anche un'altro aspetto: la presunzione e l'arroganza, la violenza con cui la minaccia terroristica si presenta non soltanto in Italia ma anche nel mondo, cioè la costruzione di progetti politici a prescindere dalla concretezza dei rapporti sociali, dei consensi sociali, della faticosa costruzione delle condizioni che possono assentire ad una scelta di Governo, a faticose scelte di Governo.
Penso che questa riflessione ci debba spingere tutti ad approfondire quel filo di ragionamento che lei ha proposto e che riguarda la stessa crisi della democrazia, perché quando parliamo della legge elettorale e della connessione che lei ha richiamato tra la legge elettorale e le misure d'intervento anche sulla seconda parte della Costituzione, credo che di questo, della struttura della democrazia, stiamo parlando. E allora, se è questo, mi chiedo: è meglio o no, è indifferente per la politica se ci sarà più lavoro o meno lavoro, migliori o peggiori pensioni, se ci saranno - per dirla con Sandro Pertini - più trattori e meno carri armati?
Vorrei invitare tutti coloro che si sono esercitati in questi giorni (e anche oggi) nell'interpretazione dei 12 punti e ci hanno costruito editoriali e tavole rotonde a riflettere su un fatto, cioè che quando uno qualunque di questi 12 punti arriverà ad essere atto di Governo, si confronterà con la realtà, con le forze sociali, con i sindacati, con i corpi intermedi della società plurale e articolata, si confronterà con quella gente normale, ma anche - mi permetto di dire - con chi, come noi di Rifondazione comunista, è disposto e interessato a interloquire e a discutere, ma non si lascia intimidire o condizionare dai toni ultimativi che usa qualcuno come la ministra Lanzillotta. (Applausi dal Gruppo RC-SE).

 

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