HomeAgendaStampaInterrogazioni
INTERVENTO DEL 26 giugno 2007 - DISCUSSIONE DELLE MOZIONI SUGLI STUDI DI SETTORE

Intervento di Salvatore Bonadonna.
Senatore eletto di Rifondazione Comunista, Vice Presidente della Commissione Finanze e Tesoro del senato PRC-SE e responsabile del Dipartimento Mezzogiorno di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

SENATO DELLA REPUBBLICA 177a SEDUTA PUBBLICA

Seguito della discussione delle mozioni nn. 110 (testo 2) (procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento), 114 e 117 sugli studi di settore Reiezione della mozione n. 110 (testo 2). Approvazione della mozione n. 114, della mozione n. 117 (testo 2) (per la parte non preclusa) e dell'ordine del giorno G2 (testo 2). Ritiro dell'ordine del giorno G1

In uno Stato democratico il fisco rappresenta contemporaneamente il termometro dello stato di giustizia sociale della società e lo strumento attraverso cui perseguire l'obiettivo di garantire condizioni di equità e di uguaglianza tali da rendere tendenzialmente effettiva la libertà di ogni cittadino. I meccanismi sono stati vari e diversi nel corso degli anni ma inverano oggi, tendenzialmente, il dettato costituzionale del prelievo fiscale proporzionale e progressivo. Purtroppo, il deterioramento dell'etica pubblica legato alla crisi del pensiero liberale, ormai sopraffatto dalla cultura ragionieristica dell'impresa e del mercato, produce una rottura della coesione sociale e l'affermarsi della legge della giungla. La concezione del diritto privato e individuale, di affermare sé stesso, con tutti i mezzi e anche a scapito degli altri, produce reazioni antipolitiche e anti-istituzionali. È grave che nel riflusso egoistico, e magari per tentare di lucrare un qualche effimero vantaggio elettorale, si alimenti una campagna contro il fisco.
Corollario di questa campagna finisce con essere l'idea di uno “Stato minimo” della privatizzazione dei servizi, della mercificazione dei diritti. Sostanzialmente soltanto chi ha mezzi economici sufficienti è in grado di soddisfare i propri bisogni. L'idea che la politica e i politici, su questa strada, cerchino il consenso promettendo alleggerimento fiscale invece che equità nel prelievo, sostenendo il taglio delle spese invece che la qualità delle prestazioni e dei servizi, fa sì che si scarichino sui ceti deboli le progressive riduzioni dei servizi. In questo quadro si colloca anche la questione degli studi di settore, che non possiamo assumere come slegata dall'insieme di politica economica perseguita negli anni del Governo Berlusconi.
Dopo cinque anni di inerzia, di condoni, di politica fiscale considerata come vessazione e non come strumento di coesione sociale, è naturale che le misure per rendere attuali ed efficaci gli studi di settore provochino reazioni diverse. Ci sono le reazioni di coloro i quali, essendo contribuenti fedeli, avvertono un sovrappiù non sostenibile, ma c'è una grande quantità che, facendosi scudo di questa prima fascia, difende la propria condizione di evasore. La finanziaria per il 2007 definiva in effetti i nuovi “indicatori di normalità economica” come ulteriore strumento di misura dei costi che riducono la quantità di reddito di impresa da assoggettare a prelievo fiscale. Può trovare certamente fondamento la critica secondo cui le modalità di funzionamento e di applicazione di tali indicatori non siano state concordate con le associazioni di categoria con le quali, pur tuttavia, il Governo aveva definito un protocollo d'intesa. Proprio alla fondatezza di questa critica risponde la mozione di maggioranza di cui sono firmatario, nonché, indirettamente, la stessa risoluzione che la Commissione finanze ha approvato a proposito dell'atto di indirizzo del Governo alle agenzie fiscali. Per questo mi auguro che il Governo, in tempi rapidi, attivi il tavolo di confronto con le associazioni di categoria che hanno mostrato la disponibilità a confrontarsi nel merito fuori dalla strumentalità politica. Quando penso alle indicazioni che l'Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, che ormai rappresentano un'autorità nel settore, che parla della necessità di correggere “le cose che non vanno”, ci si rende conto che non siamo in presenza di una deliberata vessazione, ma di un intervento che, determinando un incremento medio dei ricavi di congruità pari all'8,7 per cento, come tutte le cose medie, può avere costituito un relativo vantaggio per alcuni e una penalizzazione anche grave per altri tenendo conto della enorme articolazione di situazioni presenti nelle imprese artigiane e commerciali, differenti sia per dimensione che per collocazione geografica che per articolazione organizzativa. Ci si chiede se è giusto e se è corretto; ma certamente che l'applicazione di tali indicatori di normalità economica determinino che il 50 per cento delle imprese risulti non congruo rappresenta un problema. Mettiamoci nei panni del contribuente fedele che, se è un barista, denuncia scorte per settantuno giornate mentre il suo concorrente evasore le denuncia per settecento giornate; se è ristoratore, a fronte delle sue cinquanta giornate di scorte incontra il concorrente che denuncia scorte per trecento giornate; se è titolare di un laboratorio di analisi, il fedele ha scorte per ventinove giorni, l'infedele per novecento giorni.
È comprensibile una reazione, ma d'altra parte, per rimanere in una realtà che conosco più da vicino che è quella della Regione Lazio, se il 50 per cento delle imprese congrue e normali denuncia redditi medi per 44.200 euro l'anno, come fa ad essere credibile l'altro 50 per cento non congruo e non normale che denuncia 9.800 euro l'anno di reddito? È evidente che il tavolo di confronto tra associazioni e Governo deve essere in grado di affinare gli strumenti di verifica per determinare le modalità più corrette affinché il prelievo fiscale anche in questo settore risponda ai criteri di equità.
Peraltro anche i lavoratori autonomi sono interessati a che lo Stato, anche attraverso il prelievo fiscale, sia in grado di garantire le prestazioni sociali. Se penso all'aumento delle pensioni minime, so bene che queste vanno proprio a sostegno di gran parte di lavoratori autonomi in pensione.
Quindi sensibilità e intelligenza. Appunto, abbiamo quattro milioni di imprese sottoposte agli studi di settore, ma non dimentichiamoci che oltre 20 milioni di lavoratori dipendenti pagano il fisco ancor prima di ricevere la retribuzione. E che se c'è una quota di lavoro nero che evade essa non è in grado di spiegare come mai soltanto l'8 per cento della popolazione italiana denunci redditi superiori ai 100.000 euro l'anno. Se la discussione di oggi servirà a dare una risposta e a sollecitare il Governo a recuperare il rapporto di fiducia con le categorie del lavoro autonomo, sarà anche servita a richiamare all'attenzione di tutti noi che la giustizia e l'equità fiscale non possono essere a senso unico.

Dichiarazione di voto

BONADONNA (RC-SE) . Signor Presidente, credo che il dibattito di oggi sia servito e sia utile, non solo perché abbiamo risposto a una sollecitazione che ci viene dalle categorie direttamente interessate, quanto per il fatto che richiama all'attenzione di noi tutti la presenza di una questione fiscale, che non è questione ragionieristica e astratta, ma è sostanzialmente il mezzo attraverso cui una società organizza gli strumenti della propria coesione sociale. È evidente che tutte le posizioni che mirano in maniera esplicita a considerare il prelievo fiscale una vessazione, un'assurda pretesa dello Stato, una forma di arbitraria intromissione nella libertà dei singoli di intraprendere e di guadagnare pensano in fondo a una società in cui, come nella legge della giungla, il più forte sopravvive e il debole, non avendo strumenti e risorse, soccombe. Questo è il punto, e tale aspetto, considerato un elemento di modernità da parte di chi lo sostiene, in realtà rappresenta un elemento di forte debolezza. Proprio per questo, dobbiamo essere in grado di riaffermare il principio che il fisco, come dice la Costituzione, va pagato da tutti coloro che possono e deve consistere in un prelievo equo, proporzionale e progressivo.
Gli studi di settore sono lo strumento perfetto? Certamente no, però nel corso di questi anni, anche nel rapporto tra il Governo, le strutture tecniche che hanno gestito gli studi di settore e le categorie interessate, esso ha portato alla determinazione di un meccanismo tendenzialmente orientato a rispondere a quel criterio di progressività e proporzionalità di cui parla la Costituzione. È evidente che questo strumento, che per cinque anni è rimasto negletto e senza manutenzione, nel momento in cui con la finanziaria del dicembre scorso è stato implementato con gli indici di normalità economica, ha mostrato delle pecche serie che vanno corrette. In questa direzione va la mozione che abbiamo presentato, di cui anche io sono firmatario, sostanzialmente rivolta ad indicare al Governo, così come avevamo anche fatto attraverso la risoluzione della Commissione finanze, l'opportunità di riaprire un confronto con le categorie, stante il fatto che già a dicembre 2006 il Governo aveva firmato un protocollo d'intesa con le associazioni, proprio per definire le modalità di applicazione di questi strumenti più raffinati quali sono gli indicatori di normalità economica.
Mi rendo conto che l'applicazione unilaterale di questo strumento, nella misura in cui ha portato ad incrementi pari all'8,7 per cento, abbia creato malessere, sconcerto perché tutti gli interventi che hanno una dimensione media ovviamente possono essere, e sono, inadeguati per eccesso per una gran parte di contribuenti, e per difetto per una parte, magari piccola, di contribuenti.
Mi metto nei panni di quegli artigiani, di quei piccoli imprenditori, di quei commercianti che sono stati fedeli all'obbligo fiscale, e mi rendo conto che giustamente, di fronte ad un incremento che li mette in condizione di difficoltà, protestino. Dovremmo invece stare attenti - guardate che non è una questione di parte politica ma una preoccupazione che dovremmo avere tutti - al fatto che dietro a questa legittima protesta di coloro i quali, contribuenti fedeli, avvertono di subire un qualche vulnus dalla applicazione unilaterale, ci sia un'area di evasione che difende una condizione di privilegio. Allora, al tavolo delle trattative si deve arrivare rapidamente. In tal senso, prendo atto con soddisfazione dell'affermazione del rappresentante del Governo riguardo al fatto che nelle prossime 48 si aprirà il tavolo di confronto.
Se penso che l'Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, che è diventata un'autorità, giustamente parla della necessità di correggere ciò che non va, mi rendo conto che non siamo in presenza di un atto generalizzato di vessazione ma di interventi che hanno bisogno di una correzione. Non dimentichiamoci, peraltro, che a fronte di 4 milioni di lavoratori autonomi, soggetti agli studi di settore, ci sono oltre 20 milioni di lavoratori dipendenti che il fisco lo pagano prima di ricevere la retribuzione. (Applausi dal Gruppo RC-SE).

AttivitàEmailChi è