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INTERVENTO DEL 27 LUGLIO 2006

Intervento di Salvatore Bonadonna.
Senatore eletto di Rifondazione Comunista, Vice Presidente della Commissione Finanze e Tesoro del senato PRC-SE e responsabile del Dipartimento Mezzogiorno di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

SENATO DELLA REPUBBLICA 27a SEDUTA PUBBLICA

Signor Presidente, devo dire di aver apprezzato la trasparenza con la quale il ministro Chiti ha presentato la richiesta di fiducia. Davo per scontato che non fosse un fatto semplice e che potevano essere poste argomentazioni in qualche misura anche un po' politiciste che avrebbero comunque giustificato una scelta da parte del Governo.

Il Governo, nella persona del ministro Chiti, ha voluto dare conto a questa Camera, al Senato della Repubblica, di un processo politico e di un confronto politico. Ne ha dato conto in maniera trasparente, pur sapendo che questo processo interveniva all''interno della maggioranza, e a ha voluto significare - di questo credo si debba dare un apprezzamento - che in una coalizione che ha fatto della pace, della difesa dell'articolo 11 della Costituzione, del ripudio della guerra un suo elemento caratteristico (si tratta quindi di una coalizione decisamente schierata per la pace), affrontare e risolvere alcuni nodi politici (quali quelli della presenza italiana in missioni internazionali che consideriamo di guerra) era un argomento, non già da nascondere, ma da sottoporre a una valutazione, da esplicitare. Questo non soltanto per il rispetto che si deve a posizioni diverse, ma anche per dare conto dei processi che si sono innescati nella politica del nostro Paese con il risultato delle elezioni del 9 e 10 aprile.

Devo dire la verità: avrei preferito che il Governo non fosse stato costretto a ricorrere alla fiducia. Considero molto importante il cambio di senso nella politica estera che si è avviato con il risultato del 9 e 10 aprile e che si sta realizzando con le azioni concrete che questo Governo sta mettendo in campo: da una parte, il ritiro dall'Iraq, che oggi decidiamo con il disegno di legge che approveremo e, dall'altra, una risoluzione di indirizzo sulla politica e sulla presenza italiana nella missione in Afghanistan, la consegna al Parlamento e a un osservatorio sociale, culturale qualificato, del compito di monitorare gli sviluppi della situazione afgana per costruire, anche nella sedi internazionali (non come atto politico di una maggioranza, ma come scelta culturale di un movimento di opinione, di un movimento sociale), una strategia di alternativa alle occupazioni militari e alla guerra.

Ma ciò è anche il segno che gli interventi multinazionali debbono avere un carattere pacifico, pacificatore e pacifista e con scopi umanitari. L'intervento nel Darfur, da questo punto di vista, rappresenta un segnale e un'indicazione importanti, come credo che sia da considerare in termini estremamente importanti il significato della Conferenza internazionale che si è svolta ieri a Roma sulla crisi in Medio Oriente (su cui sta relazionando il ministro D'Alema in Commissione), che ci dice, ancora una volta, come, in un punto cruciale della storia dell'umanità e della politica e della storia moderne, la sicurezza e la pace vengono dalla realizzazione di un obiettivo che per noi è indefettibile, quello di garantire due Stati a due popoli: la sicurezza di Israele, lo Stato e la sicurezza della Palestina.

Crediamo che questo rappresenti un elemento costitutivo di un ordine internazionale che tenda finalmente a mettere la guerra fuori dalla storia, come ci hanno insegnato i movimenti pacifisti e femministi.

Contrariamente a quanto si riteneva negli anni passati, anche da parte del precedente Governo Berlusconi, oggi, nei fatti, siamo alla dimostrazione che la guerra in generale e, nello specifico, quella preventiva e permanente teorizzata dall'Amministrazione americana, da Bush, non è mai una soluzione, semmai rappresenta e costituisce un aggravamento del problema. Da questo punto di vista, sono davvero profetiche le parole dell'articolo 11 della nostra Costituzione.

Non siamo più soltanto noi, quelli della sinistra radicale, o i pacifisti ad affermare questo, ma anche gli osservatori politici più attenti negli Stati Uniti ed i commentatori politici più autorevoli della stampa italiana: penso agli editoriali di ieri e di oggi di Barbara Spinelli, secondo i quali siamo alla dimostrazione concreta e visibile del fallimento della linea di Bush e Ramsfeld della guerra preventiva .

Siamo di fronte alla necessità di individuare una via d'uscita da una strategia che ha manifestamente fallito. Da questo punto di vista, l'Italia e l'Europa possono svolgere un'importante ruolo politico nel determinare tale via d'uscita che, tra l'altro, dia anche una risposta a quelle tante bestemmie culturali e storiche pronunciate in questi anni e che si chiamano «guerra di civiltà» o, peggio ancora, «guerra di religione» e che spingono, e hanno spinto, l'umanità verso forme di imbarbarimento che è necessario fermare prima che questo imbarbarimento diventi irreversibile.

Siamo alla dimostrazione che la pace non è solo assenza di guerra: è il dibattito, il confronto, la discussione, che si sono sviluppati grazie a un forte movimento pacifista, articolato nelle più diverse fedi e culture religiose e sociali e che ha portato alla costruzione di un pensiero politico e di un agire sociale secondo cui la pace, appunto, non è soltanto l'assenza della guerra, ma è l'attiva costruzione di convivenza, di politiche di accoglienza, di giustizia sociale. Ha proprio ragione il collega Lusi nel ricordare le parole di Giovanni Paolo II, secondo cui non c'è pace senza giustizia.

Provenendo io stesso da un'esperienza e da una formazione, anche giovanile, improntata alla cultura della non violenza, penso che la dimensione non violenta e pacifista sia cresciuta nel nostro Paese: non è più soltanto una dimensione etica, alla quale pure bisogna riconoscere un grande significato, ma diventa sempre di più un'attiva iniziativa politica di massa, capace di incidere sui comportamenti e capace di diventare, come in questo caso, con l'Unione, azione politica e di Governo del Paese

Roma, giovedì 27 luglio 2006

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