HomeAgendaInterventiInterrogazioni
NEWS: 20 marzo 2010 Articolo di Salvatore Bonadonna pubblicato sul quotidiano"Liberazione"



La politica abitativa non è solo costruire.
Proviamo l'autorecupero!



Piani casa annunciati e ritirati, concordati o discordanti, indicati dal Governo o votati dalle Regioni, non hanno portato alla realizzazione di uno straccio di casa popolare da assegnare ad una famiglia che aspetta da anni in una graduatoria diventata il monumento all'illusione.
Restano senza casa gli sfrattati, quelli che non possono permettersi i canoni o i mutui degli immobili oggetto delle cartolarizzazioni nelle quali ci perde il pubblico, ci perdono gli inquilini e ci guadagna soltanto la banca e l'immobiliare di turno. Infatti le cartolarizzazioni non sono nate per fare case ma per fare soldi!

Le leggi regionali, sollecitate dalla propaganda governativa e approvate nel corso dell'anno passato, non hanno spostato di una virgola il dramma dei senza casa, specie nelle grandi città, e hanno solo prodotto una ulteriore fase di scardinamento delle norme urbanistiche e paesaggistiche e un nuovo assalto alle aree agricole. Una vasta informazione sul sito Eddyburg.it, che un maestro dell'urbanistica e della democrazia come Edoardo Salzano cura con proverbiale rigore ed intelligenza, ci dice di incrementi di cubatura per ville e villette, sanatorie di fatto di volumetrie abusive in città e nelle campagne, fumosi ed ampollosi programmi di hausing sociale che, con l'uso dell'inglese, vorrebbero nascondere il fatto che si tratta di programmi di costruzione in aree agricole di alloggi accessibili a chi può permettersi di pagare mutui o canoni d'affitto dell'ordine di 7/800€. Chiaro che non si tratta di case popolari; non si tratta di politica abitativa ma di politica edilizia, non risponde alla domanda di abitazioni ma pretende di rispondere alla crisi delle imprese!

Case senza gente e gente senza casa!

Occorre perseguire una politica alternativa che muova dagli obiettivi evidenti e condivisi: avere una casa ad un costo rapportato al proprio reddito e la tutela del territorio nel quale si vive. Peraltro, lo spropositato consumo di suolo ha fatto realizzare rendite e profitti enormi ma ha anche visto crescere il disagio abitativo per gli studenti, le giovani coppie, gli sfrattati, gli immigrati e persino per gli appartenenti alle forze dell'ordine. Man mano che cresce il numero delle case costruite si fa più grande quello dei cittadini senza casa. Chi non ha casa se ne procura una anche attraverso la occupazione di immobili sfitti, abbandonati, spesso degradati in attesa della loro valorizzazione a beneficio della rendita.

Nasce da qui la spinta a realizzare soluzioni abitative senza necessariamente costruire nuove case ma recuperando, ristrutturando e riusando il patrimonio esistente: fu la politica delle tre “erre” adottata quando ho diretto l'Assessorato alla Urbanistica e alla Casa, dal '95 al 2000.
C'erano scuole dismesse occupate, uffici pubblici abbandonati, palazzi di proprietà di Comuni Province e Regione inutilizzati e in via di decadimento. La legge sull'autorecupero nasce da qui, dalla interlocuzione tra una domanda sociale strutturata e capace di auto rappresentazione e una amministrazione regionale che voleva essere strumento attivo per realizzare le giuste aspirazioni popolari volte al riconoscimento di diritti fondamentali come quello all'abitare. E in una fase di cacciata dei ceti popolari dalla città storica, l'autorecupero costituisce una forma di difesa dell'insediamento popolare e, perciò, della identità e della cultura dei luoghi. Basti pensare all'autorecupero di Piazza Sonnino a Trastevere, già completato, o a quello di San Tommaso D'Aquino che l'arroganza della destra e l'ignavia di una certa sinistra non hanno saputo ancora portare a compimento, malgrado espliciti provvedimenti di legge e finanziamenti stanziati ne consentissero la realizzazione. Basti pensare che l'attuale assessore al Bilancio, per far fronte al debito della sanità, aveva pensato bene di mettere tra i beni disponibili alla vendita anche quel palazzo nel quale sono già nati, nel corso di questi quindici anni di occupazione, 22 bambini. A proposito, sarà un caso che nelle famiglie che riescono, anche con l'autorecupero, ad acquisire casa si realizzi quella condizione di sicurezza che induce anche a procreare con tassi di natività superiori alla media?

Ormai sono una dozzina i progetti portati a termine a Roma, coinvolgono qualche centinaio di famiglie, hanno realizzato comunità e spirito solidale attraverso il lavoro manuale di ciascuno e di ciascuna, la capacità di gestire una impresa collettiva nel rapporto con l'amministrazione, le banche, la burocrazia.
Legge regionale, frutto di una intensa co-elaborazione dialettica tra movimenti e istituzione regionale, prevedeva che le amministrazioni pubbliche potessero concedere, tramite bando e una specifica convenzione, a cooperative di persone senza casa e aventi i requisiti previsti per l'assegnazione di case popolari, immobili di qualunque tipo, non utilizzati, per trasformarli a scopo abitativo. Cosi edifici cadenti e scuole abbandonate o palazzi in disuso sono divenuti case di civile abitazione. La proprietà dell'immobile resta pubblica ed è chiamata a farsi carico dei costi del recupero strutturale mentre la cooperativa degli inquilini di quelli della sistemazione degli interni; le spese sostenute dalla cooperativa, per convenzione, saranno scalate dai canoni che gli inquilini dovranno pagare alla proprietà.

Questo ha dato luogo alla sperimentazione di rapporti proficui con la cultura architettonica ed urbanistica più avvertita che ha saputo mettere i propri saperi al servizio di un progetto di forte valenza sociale. Si adotta la bio-edilizia e la politica di risparmio energetico e della produzione da fonti naturali rinnovabili; ma si mettono in campo anche modelli di gestione condominiale fondate sull'autogoverno e sull'autodeterminazione della comunità interessata. E si conquista, nelle occupazioni e negli auto recuperi segnati dalla composizione multietnica, un livello di civiltà e una pratica dell'accoglienza che esaltano ancor di più il valore della scelta di agire un progetto collettivo.

Forse non è risolutivo, in situazioni di carenza alloggiativa accumulata come a Roma, il ricorso all'autorecupero anche se è da considerare l'enorme quantità di patrimonio immobiliare che l'Agenzia del Demanio ha censito e che lo Stato deve trasferire alla Regione, alle Province e ai Comuni. Si tratta, intanto, di impedire che diventino Centri Commerciali. Si potrà poi fare ricorso al patrimonio invenduto degli enti previdenziali, da far cedere ai Comuni e non metter all'asta, per soddisfare la domanda di case popolari. Solo extrema ratio si potrà fare ricorso a nuova specifica edificazione, e in aree già destinate alla trasformazione urbanistica.

Di questo si sta discutendo nel composito e articolato movimento di lotta per l'abitare che a Roma ha dedicato giornate di studio e che a Firenze, in una conferenza nazionale dei diversi comitati di lotta, ha individuato nell'autorecupero la linea principale da seguire e nella legge della Regione Lazio, di cui sono stato autore, il modello da prendere a riferimento. La buona politica da buoni frutti!
Adesso bisogna avere l'ambizione al livello della nuova dimensione qualitativa e quantitativa della domanda abitativa sociale e bisogna metter le mani sulla legge, alla luce dell'esperienza, per rendere più semplici le procedure per la destinazione a fini abitativi degli immobili da destinare all'autorecupero, per facilitare forme specifiche di finanziamento a tassi agevolati alle cooperative, per prevedere fondi di solidarietà mutualistica per fare fronte alla imprevista impossibilità di qualche socio di non potere pagare la propria quota di canone o di mutuo in ragione della perdita del lavoro o della salute.

Ma soprattutto bisogna trarre la grande lezione di autogestione che viene dalle esperienze di auto recupero. Autogestione che non è uno slogan ma una concreta pratica per la quale una comunità si autogoverna nel rapporto con le istituzioni, si emancipa dalla colonizzazione che la politica tende a fare della società e, anzi, induce processi di autogoverno diffuso che sono la vera critica del potere.

La nostra presenza in Consiglio Regionale deve assumere questo tema come terreno importante di costruzione della sinistra di alternativa che intendiamo costruire.

Salvatore Bonadonna


AttivitàEmailChi è