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NEWS:29/11/07 Intervento di Bonadonna incontro con i Rom al Senato: " Migranti: giustizia e città accoglienti per non perdere la rotta della civiltà"


29.11.08 Intervento Bonadonna incontro con i Rom al Senato

" Migranti: giustizia e città accoglienti per non perdere la rotta della civiltà"

Decreto Espulsioni Dossier Immigrazioni Immigrazioni Lazio



Il giorno che sono andato al settentrione l'ho maledetto tanto moglie mia
Ma meglio che la disoccupazione che dalla nostra terra non va mai via;
La Svizzera c'accoglie a braccia chiuse, ci mette pane duro dentro in bocca
Sei anni che lo vivo sto paese, sei anni confinato alle baracche.
Nella periferia, in mezzo ai fossi, siamo quaranta uomini e una radio
Se andiamo al centro a fare quattro passi, le strade sono piene, piene d'odio.

Questa è la lettera di un emigrante siciliano in Svizzera, negli anni '50.All'epoca, la Svizzera predisponeva tristi e fredde baracche per i migranti, e nelle periferie; al centro c'è solo odio.Sessant'anni dopo, il nostro paese, le nostre città che hanno bisogno di migranti, non predispongono baracche, neanche quelle fredde di lamiera delle periferie svizzere.Così l'odio non è solo al centro ma si diffonde ovunque; baracche di cartone e teli di plastica abusive non ospitano solo edili, lavapiatti, badanti.Da quelle baraccopoli lungo i fossi o le rive del Tevere sbucano anche sbandati e violenti, esseri con passati improbabili e futuri difficilmente assimilabili alla vita delle comunità umane. E quando alcuni di questi attuano le loro violenze, e producono dolore e lutto, scatta più forte l'odio, la rabbia e la paura.E allora la città, la politica, le istituzioni sono costretti a prendere coscienza dell'esistenza di questa “città di sotto”, lontana dai riflettori delle notti bianche e delle feste del cinema, e scatta l'istinto di allontanarla, di cancellarla. Spianare la baraccopoli abusiva diventa il modo con cui si assolve la interessata, incosciente, insensata impreparazione a fare i conti con una immigrazione indispensabile a soddisfare i bisogni della nostra società. Incapace di interagire con quelli che, in nome dei loro bisogni, vengono a soddisfare i nostri. E scatta l'impeto di cacciare via gli estranei, quegli esseri che quando non sono nei nostri cantieri, nelle nostre case e nelle cucine dei nostri ristoranti, sono alieni che vengono a scuotere equilibri precari, di quartieri precari, di gente precaria.
Cercano casa e si accorgono che quelli che li circondano e li guardano, cercano casa anch'essi e non la trovano, e magari l'aspettano da anni. Costruiscono case gli immigrati; ma non per loro e neppure per quelli che li osservano diffidenti dalle periferie. Costruiscono case e quartieri e centri commerciali; ma case popolari per nativi e migranti neppure l'ombra.
In quelle periferie il confronto è ravvicinato, il salario nero e la condizione generale dell'immigrato “clandestino” sono concorrenziali con quelli dell'immigrato “regolare” e, comunque, abbassano il potere, il salario e i diritti del disoccupato nativo. È l'esercito industriale di riserva nella sua forma multinazionale, nell'era della globalizzazione; molto più e molto diverso della migrazione interna, dalle campagne alla città, dalla “terronia” alla “padania”. E pure quella migrazione portava violenza e delitto d'onore, donne velate e ragazze massacrate per la disobbedienza e la contaminazione con le culture “del continente”. E i “fogli di via” delle questure!
Oggi come allora e con dimensioni superiori che mostrano con urticante evidenza le omogeneità e le differenze, le diffidenze e le paure che crescono mano a mano che più stridenti si fanno le condizioni di concorrenza e più ravvicinate le minacce dal mondo degli sbandati.E scattano le minacce e i provvedimenti, e i decreti d'espulsione; scattano le ritorsioni, le violenze da vendetta.
E la politica, che non ha saputo prevenire, si dispone a reprimere e chiede la esemplarità nelle repressione. Il Sindaco di Roma, che per anni ha preferito nascondere il dramma ed il pericolo, e non ha operato per affrontare e risolvere il problema della casa, e ha operato con periodici sgomberi di migranti prima che i rumeni diventassero cittadini comunitari, lancia l'allarme rumeni non l'allarme delinquenza, l'allarme violenza. E alimenta cosi una xenofobia e un razzismo che non sono nel DNA di Roma e dei romani, città e popolo meticci per natura e condizione, ma si sono sviluppati in ragione dei problemi sociali non risolti nel corso dei decenni. E scarica sul Governo una urgenza ed una emergenza che allontani da se le responsabilità di non essersi curato della “città di sotto”, di avere spostato oltre il Raccordo Anulare i campi Rom che disturbavano la politica di “gentilizzazione” della città. E questa richiesta di repressione, invocata con lo strumento della deportazione di massa, incrementa ulteriormente le reazioni razziste. E non consente distinzioni: rischia di reprimere il reo e il reato ma anche la gente da cui il reo proviene, e il suo paese e, insieme, i percorsi di civiltà che l'umanità ha compiuto fino a darsi leggi, regole di convivenza e di rispetto, canoni di accoglienza.
Per fortuna, anche se in ritardo, la sinistra e gli stessi esponenti del nostro Partito, partecipi del governo Capitolino e regionale, hanno finalmente rotto il silenzio. Si tratta adesso di aprire un confronto che metta i problemi e le soluzioni possibili su un tavolo che segni una inversione di tendenza.
I “patti per la sicurezza” tanto sbandierati rischiano di essere una parziale risposta di ordine pubblico laddove la sicurezza deve essere fatta di prevenzione e accoglienza, per i nativi e i migranti, comunitari o estracomunitari.
Strana società la nostra, che ha bisogno di migranti e non li accoglie neanche nelle baracche. Quando predispone prefabbricati lo fa per allontanare dalla città insediamenti stratificati nel corso di lunghi anni d'indifferenza. E questa stratificazione ha riguardato i “marocchini” e tutti i migranti del Magreb, e quelli dell'Africa nera che sono i nuovi braccianti agricoli con lo stesso antico caporalato e identico sottosalario. Quando fu sgombrata la Pantanella per realizzare edilizia residenziale di lusso con una grossa speculazione immobiliare, Luigi Di Liegro, fondatore e direttore della Caritas Diocesana, disse che l'amministrazione metteva la spazzatura sotto il tappeto. Quelli sono stati i primi demoni da cacciare finchè non sono arrivati gli albanesi, capaci di terrorizzare e spodestare sia nel mercato del lavoro che in tutti i mercati del malaffare. E mentre sul mercato del lavoro le guerre e i conflitti le pagano i lavoratori concorrenti e li incassano i proprietari, sui mercati dei traffici illegali, anche i più sporchi e disgustosi, i conflitti razziali approdano spesso ad accordi di cartello e a divisioni del lavoro concordate tra delinquenti nativi ed immigrati.
La natura di classe del conflitto di lavoro si rappresenta nella sua irriducibilità sociale; quello di potere, ancorché illegale, si compone nella dimensione del mercato.
Così può accadere che chi non dimostri d'avere un reddito minimo, magari perché costretto a lavorare “in nero”, può vedersi negata la residenza da sindaci neo-feudali che pare riscuotano comprensioni altolocate e chi ha reddito disponibile, ancorché prodotto nell'illegalità, potrà avere residenza e accoglienza fino a che non sia scoperto e condannato per l'attività illegale da cui quel reddito proviene.
A Roma si paga il prezzo di una città cresciuta sotto la spinta della valorizzazione della rendita fondiaria e la pressione dei costruttori e degli immobiliaristi. È mancata una idea della città. La città dell'accoglienza è stata predicata e sbandierata, perfino fatta credere; ma in verità, come tornò a ripetere Luigi Di Liegro ai tempi dei programmi per il Giubileo, si metteva la spazzatura sotto il tappeto per mostrare la città pulita nel suo splendore. E come sempre, quando non si hanno politiche per le periferie e l'accoglienza si pensa di supplire con la creazione di un assessorato e di strutture a cui affidare, in appalto, il compito proprio che la politica non affronta.
Si costruiscono case a Roma, a Milano e in tutte le altre città. Si richiedono lavoratori a Roma, a Milano e nelle altre città e regioni; la ricchezza nazionale non crescerebbe se non ci fossero gli immigrati, quelli “regolari” e quelli “clandestini” che danno la possibilità a chi li sfrutta di imprecare contro la immigrazione e il pericolo che rappresenta e, contemporaneamente, avere lavoro a basso prezzo.
La cultura industriale di Adriano Olivetti che costruiva le case per gli operai e gli impiegati ha avuto poco seguito allora, nel dopoguerra, e non ha epigoni nei tempi attuali.
Neanche le baracche della Svizzera degli anni '50 nei cantieri dove gli edili immigrati, lavorano e talvolta muoiono e, morendo, talvolta escono dalla condizione di occupati in “nero”. Neanche quelle baracche che eviterebbero le baraccopoli abusive e clandestine e sottrarrebbero, nelle stesso tempo, i migranti al ricatto di gente senza scrupoli che, con affitti da strozzinaggio, danno in locazione locali, magazzini o singoli posti letto, talvolta a turnazione.
È legittimo presumere che condizioni di questo tipo siano favorevoli a produrre e selezionare individui e fenomeni di violenza e sfruttamento? È legittimo pensare che i costi della repressione, della paura, dell'assistenza alle comunità emarginate potrebbero essere meglio impiegati, e persino inferiori, se fossero impiegati nella prevenzione e nella predisposizione di strutture di accoglienza; nella costruzione di case popolari?
Allora la immigrazione parla di noi, della nostra società sul piano nazionale, europeo ed internazionale. Della nostra capacità di organizzare una condizione di benessere ed accoglienza che, nella misura in cui soddisfi gli ultimi, per condizione sociale o per ordine di arrivo, ha già risolto i problemi più drammatici della concorrenza e della guerra tra poveri.
Bisogna avere la forza ed il coraggio di emarginare l'emergenza; finchè sarà l'emergenza a tenere la scena e costituirà il centro dell'attenzione, le misure sicuritarie faranno premio su quelle sociali alimentando una spirale involutiva perversa.
È l'idea di società che vogliamo in discussione, l'idea di città. Nella società della competitività e della disuguaglianza non c'è soluzione se non quella della repressione; nella città della rendita fondiaria e della speculazione edilizia non c'è spazio per la solidarietà e l'accoglienza. Lo sanno bene i ceti sociali deboli delle città senza case popolari e dove gli affitti e i prezzi delle case sono per loro inaccessibili.
A Roma, al di la della propaganda, il problema della casa è drammatico e costituisce, insieme alla precarietà del lavoro, il fattore principale di destabilizzazione sociale.
Emarginate le forze che si sono battute per l'urbanistica come strumento pubblico attraverso il quale perseguire anche le finalità sociali della crescita urbana e coltivare la realizzazione della città accogliente, l'amministrazione si è affidata al “pianificar facendo”, al Piano d'offerta e, attraverso questo, ha raccolto tutte le istanze della proprietà fondiaria e raggiunta una previsione edificatoria pari a 70 milioni di metricubi.
È evidente che in questa logica dettata dallo scambio tra oneri concessori per finanziare la città di sopra e diritti di edificazione attribuiti ai costruttori, non c'è l'Edilizia Residenziale Pubblica, non c'è spazio per le case popolari. In senso fisico e in senso culturale. Se volete case popolari, dicono i costruttori, dateci altre aree edificabili. In senso culturale, risponde il Comune, se volete nuove case popolari lasciateci vendere quelle che ci sono, specie nelle zone del centro dove i ceti popolari mal si combinano con le signorilizzazione della città della globalizzazione.
È così che per realizzare quel piano vengono eliminati vincoli ambientali e paesaggistici, per liberare aree appetibili nella città consolidata vengono deportate le comunità Rom in aperta campagna e nelle aree inedificabili di un parco che, guardacaso, finiscono con il diventare oggetto di compravendita da parte di società legate alle stesse cooperative affidatarie dei servizi di assistenza al campo nomadi.
E si scopre che gestire quel campo sulla Pontina, dove sono ammassati in prefabbricati e roulottes più di mille Rom, gran parte dei quali stabiliti a Roma da decenni e i cui figli, ormai adulti e a loro volta padri, sono nati e cresciuti nel nostro paese, costa, per un anno, il doppio di quanto sarebbe costato realizzare un villaggio quale quello previsto e finanziato per la comunità dei Rom-Rudari di via Gordiani.
È evidente che campi di quella consistenza e promiscuità diventino realtà ingovernabili e facile preda di pochi violenti e delinquenti che finiscono con il condizionare la vita di tutto il campo e avvelenare la comunità.
Anche per questo è sbagliata la previsione, contenuta nel patto per la sicurezza, di attrezzare altri quatto campi, di maggiore dimensione, da localizzare sempre oltre il Raccordo Anulare quasi a marcare un confine oltre il quale “sunt leones” come nelle antiche carte dell'Impero.
Occorre mettere in campo un piano straordinario, con precedenza assoluta, per realizzare case popolari, recuperare immobili, sostenere l'autorecupero di edifici abbandonati, pubblici e privati.
Finalmente, dopo quindici anni, il Governo, per iniziativa del Ministro Ferrero, con la Finanziaria ha stanziato 550 milioni di €; non sono sufficienti, ma possono essere un inizio se i Sindaci dismettono l'attitudine poliziesca e recuperano la funzione civica che ha fatto, storicamente, dei comuni centri di comunità e di socialità.
La sicurezza ha bisogno di legalità, di prevenzione e tempestiva repressione dei reati; di tempestività nel giudicare i rei assicurando appropriatezza e certezza della pena.
La legalità è fatta di regole e garanzie, di responsabilità penali che sono individuali e non possono coinvolgere ne famiglie e ne comunità e, tantomeno, possono dar luogo a misure indiscriminate.
Deve tendere a questo l'azione di un Governo di un Paese che è considerato finora culla del diritto e che non può e non deve, anche a fronte di fatti tremendi che feriscono i sentimenti e le coscienze, perdere la rotta della civiltà.

Le case popolari
Il villaggio Rom
I campi nomadi

 

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